Falafel in Rome

As falafel fever has just touched the new flow of students arrived this autumn to the city of Malmö, ten days after my return to Rome for Christmas holidays, I find myself trying different tastes in the falafel hub of the Italian capital. You may ask what I am doing here if I continue to eat falafel instead of tasting pizza all the time once I am back? I will tell you…

Malmö’s falafel has the power to change you. While in Rome I may get a pizza or something from the Chinese restaurant just some meters from my door if I do not want to make food, in Malmö you may get the usual question “ska vi köpa falafel?!” (“do you wanna buy falafel?!”) at least twice a week. This for being a student, living in Malmö, being a multicultural city which has been the best environment for falafel sellers to develop, and being the falafel one of the cheapest things to buy as a fast food (a falafel roll in the cheapest place is around 20-25 kr -> € 2,10 – € 2,60). Just to say, my Swedish neighbor and me decided that we are going to count how many “falafel” we buy during 2017. The Independent made it clear in this article, when spending at least one day in Malmö you should try falafel 😉 And in the need of an extensive guide of falafel spots, check this one 🙂

So here I was, walking with my father in the centre at a few minutes walk from the Vatican, wondering if maybe it was not the time to start to taste some falafel to compare them to the “Swedish” ones. We stopped at one where we use to buy a falafel roll, which is definitely different from those they make in Sweden. There we stopped at Viale Giulio Cesare 70.

As he was putting 9 falafel in a box I asked about what they put in them, with him answering that many put chickpeas flour but that they instead put the full chickpeas (boiled), parsley, and vegetables such as carrots and onion. Everything accompanied with a “white sauce” made of yoghurt, mint and dill in another box.

He said to be Kurdish – whether he was from Turkey as my father heard is something to ensure in the following days, when we will also try the other falafel/kebab place in the same street and the one round the corner. Moreover, to be Kurdish is more than belonging just to a country.

Hope one can make use of this short guide of falafel places here in Rome!

Come bambini – parte terza ed ultima

…una ragazza scrive a due posti di distanza. Ho come l’impressione che prenotare un posto di domenica sera sull’Øresundståg (treno della regione Øresund, intesa come l’insieme astratto tra Danimarca e una parte dello Skåne) porti a grandi conoscenze, o almeno a più socialità degli altri. Viaggi lunghi, posti a sedere da scegliere a piacere, tante città universitarie che vengono viste di sfuggita durante il tragitto. Io con sole tre pagine bianche che seguono il libro che cerco di finire da mesi, in italiano.

Giochi di sguardi, sorrisi, risate ad ascoltare una bimba seduta dietro gridare “Pippiiii”.

Le ferrovie qui in Svezia non sono illuminate, ció rende i viaggi in treno ancora più mistici. Ritrovo ispirazione dopo settimane di semi-scrittura, infinite bozze, pensieri disordinati e frasi che si annodano tra di loro. Forse è lo scrivere in italiano, forse il viaggio.

Il ragazzo cerca comunicazione, accettazione, diversità, qualcosa che lo distragga dal gruppo di amici che molto probabilmente è andato a trovare nel weekend, provenienti dallo stesso paese, molti con le stesse memorie. “Lentamente muore, chi diventa schiavo dell’abitudine” scriveva Pablo Neruda. Mi fa notare che il mio cellulare non si sta caricando, poi mi indica una fessura dove infilare la mia bottiglia in modo che non rotoli ad ogni curva. Scherzo sul fatto di aver sparso troppe cose sul tavolino pieghevole del treno. Non ricevo risposte, solo un sorriso, approvazione, cosa che a me è ormai fin troppo familiare quando mi muovo ed interagisco in una lingua straniera, e so che gli altri ci si abituano presto.

Il misto di svedese ed inglese mi ricorda i miei primi passi nel farmi capire in una nuova lingua, le mie rinunce nello spiegare per la quarta volta qualcosa, accettandone invece una falsa interpretazione. Mi accorgo dei suoi sforzi ma qualcosa mi blocca nel cambiare lingua da svedese ad inglese. L’impegno di farlo sentire accettato, di fargli capire che lui non è da meno, che in fondo la lingua la sa e che tutti lo capiscono? Di mostare qualcosa, la lingua svedese e la cultura di questo paese, di cui mai più potrò privarmi? O forse il desiderio di fargli capire che gli svedesi sono aperti, amichevoli, e non silenziosi e riservati come spesso si immagina?

Non è il primo richiedente asilo che incontro in modo “ravvicinato”, ricordo a maggio una ragazza incontrata in stazione aspettando di salire su un secondo treno. Aspettava la sua interprete, appena tornata dal visitare una sorella a Stoccolma. Abbiamo scambiato qualche parola, lei aveva braccia, gambe e viso ustionati.

Alla sua fermata si alza, dopo che il signore seduto accanto a me gli aveva generosamente fatto notare il nome della fermata. Il ragazzo, tutto felice, si alza dicendo “hej då!”

As we were children – part one

On the train waiting for departure. Karlstad Göteborg – stop – train to Malmö.

Looking for the wagon, unnumbered seats, or is, for once I am not trapped in a mechanism, that of having numbered seats, decided and without a chance to be changed, which I see as an extreme and useless attempt to avoid what is new, the different and the unknown, to control things. And here the train fills up.

Someone with a musical instrument, in a case, too big for me to recognize what it actually is. Everyone is staring at their phone, differently from what happened on the first train I took today, made of wood, creaking compartments, with no wi-fi on board and a toilette never opened by those travelers of the wagon in which I was. Red green black.

Colors of a scarf hanging from someone’s neck, someone about whose country of origin I had made in my head an idea about, and that maybe confirms it. A few minutes later, some passengers and I were going to see him taking out of the jacket a document issued by migrationsverket. The train conductor would ask for his ticket, explaining to him a way to fold it so that he would not need to take it out of the transparent case every time he was traveling. Because without a ticket one cannot travel, and the Swedish rules, especially for a time advantage, need to be observed.

Come bambini – parte seconda

…qualcuno seduto accanto, in uno svedese troppo dialettale per me da comprendere, dice al ragazzo “Beh, quando non si ha la mamma dietro si deve imparare a fare certe cose da soli!”. Cerco di fare il possibile per convincermi che il signore non abbia visto il permesso di soggiorno dell’ufficio immigrazione, che gli siano sfuggiti i colori della sciarpa, l’insicurezza con cui il ragazzo si spostava nel vagone prima di sedersi ad un posto davanti al quale era passato più volte, lo scarso svedese. Spero nel frattempo che il ragazzo abbia capito molte parole meno di me della frase dell’uomo.

Tre ragazzi minorenni richiedenti asilo in Svezia e tutti provenienti dall’Afghanistan, si sono tolti la vita durante questo autunno (Aftonbladet, 2016), dopo che per la seconda volta gli era stato rifiutato il permesso di soggiorno, o meglio la protezione per asilo – che ora, dopo la nuova legge di immigrazione molto discussa in Svezia dello scorso luglio, equivale ad una durata di tre anni, e non ad un permesso permanente come si era fatto con migliaia di rifugiati.

Ignoriamo le notizie, basta spegnere il televisore, parlare sopra l’audio. Ma incontrando gli occhi a meno di un metro di qualcuno che ha vissuto tutto quello che per noi sembra così lontano, ci fa perdere tutte le nostre sicurezze, entrare in un mondo fatto di tristezza, senzi di colpa, voglia di aiutare.

Al giorno d’oggi, Siriani ed Afghani costituiscono il numero più grande di rifugiati che arrivano in Svezia. Anche se in svedese, questo articolo contiene un grafico sugli arrivi più che soddisfacente ed interessante sulle nazionalità di chi arriva in Svezia. Tra le cifre si vede come gli afgani sono sicuramente i più esposti ad atti di suicidio, dal momento che quasi il 40% non riceve permesso di soggiorno, ed il 37% avrà il diritto di chiedere asilo in un altro paese EU – ad esempio il primo che hanno raggiunto durante il loro lungo viaggio…

Come bambini – parte prima

Seduta sul treno aspettando la partenza. Karlstad Göteborg – pausa – treno per Malmö. Cerco il vagone , posti non numerati, o meglio, per una volta non mi sento intrappolata in un meccanismo, quello di aver i posti numerati, decisi e senza possibilità di essere cambiati, che vedo come un tentativo estremo ed inutile per evitare il nuovo, il diverso e lo sconosciuto, di controllare le cose. Ed ecco che il treno si riempie.

Qualcuno con uno strumento in una custodia, troppo lungo e difficile da riconoscere. Tutti fissano cellulari, a differenza del primo treno sul quale sono salita oggi, di legno, con gli scomparti scricchiolanti, senza wifi a bordo ed un bagno mai aperto dai viaggiatori del vagone dove mi trovavo. Rosso verde nero.

Colori di una sciarpa appesa a qualcuno sul quale mi ero fatta un’idea del paese di provenienza, e che forse la conferma. Qualche minuto dopo lo vedrò, insieme ad altri passeggeri, tirare fuori il documento di richiedente asilo emanato dal migrationsverket. Il controllore del treno chiedergli il biglietto, spiegando un modo di piegarlo che gli permetterà così di non dover tirare fuori dalla custodia trasparente il pezzo di carta ogni volta che sarà in viaggio. Perché senza biglietto non si viaggia, e le regole svedesi, soprattutto per una convenienza di tempo, vanno rispettate.

“Att lussa”, a verb for a secular tradition

As Christmas time approaches, here in Sweden the 13th December of every year is time for Lucia celebrations, related to the Italian Sicilian Lucia marthyr in 304 A.D., even though of unknown origins for many Swedes – or better, the path Lucia took from Italy to be part of a Swedish tradition is not really well known by many people in Europe yet. Let’s take it in an easy way, Lucia here is meant to bring light – Saint Lucia was, and still is, after all the saint protector of blind people – and way before the day which for some centuries ago was supposed to be the shortest of the year, almost every window is decorated by an advent candlestick (advent ljustake), reminding the Lucia parade taking time on the 13th. Therefore on the 13th you will do Lucia, and since in Sweden they like to make verbs starting from whatever more or less English word you may wonder of – see googla, luncha, fota, joina – you will “lussa”

So, what is all this fancy thing about?

Luciatåg (the Lucia train!?) is a procession/parade which manifests one of the basic cultural aspects of Sweden, not to forget one of the most struggling – but also cozy – aspects of living in Sweden. Winter, cold, dark, lights and sweet things to eat.

Lucia celebration contains and tries to solve the all of them, with people gathering in the early morning at working places, schools and universities, at crazy times if one thinks about the darkness covering Sweden in this time of the year. A procession of white gowns-dressed people – and with people I make no exceptions, Sweden is a land for gender equality and so it be! both women and men are gonna wear it – is gonna follow Lucia, a girl wearing a crown with candles. Possibly these should be real so that the panic of fellign down during the procession, and put the all building on fire gets higher on this day of joy! Oh I forgot, people wearing long white hats with golden stars on and holding a stick with a star on. Then, in the procession for children, ginger bread biscuits and Santa Claus costumes are also included!

With the university choir MASK at Malmö university we had Lucia both yesterday and today, as a  start of our concert-season since the choir was stopping for a while before this semester. But singing both at a company here in Malmö yesterday morning and at an old people house gave us the energy and hope for next semester!

As I said, Lucia covers part of the Swedish reality you may experience when living here, because of course, if there is not a big Swedish tradition which is not celebrated properly, then there is no celebration without a special cake, and for this I may advice you to check a recipe of lussekatter/lussebullar (here for Swedish reader and here for an English version), even if maybe a bit late for this year’s Lucia celebration. But surely you will still be able to smell saffron wherever you walk through cities in Sweden or buy them in the closest Pressbyrån.

Sankta Lucia started to be very important to me, underlining how culture can be shapeable, ever changing and not only to be acquired during one’s childhood. For some reasons certain things do acquire an importance personal to each of us. For me Lucia – celebrated the first time three years ago, but better last year with the university choir in Karlstad – puts together my passion for singing, the memory of the start of my life here in Sweden, especially in Karlstad, and a lot of more memories, which are part of something which I am definitely really missing every day!

I leave you with the one version I prefer of Swing Low Sweet Chariot, started to sing while we were on the bus back from our Lucia singing this evening, and with a French song which I listened to at least a twenty times so far (just today!).

Looking for other intresting readings? Check thelocal.se article and the official Sweden page sweden.se

Värmland is waiting for me after a presentation at university tomorrow, and before another to be given on Tuesday, then Italy will come together with Sun, family, friends and food!

I will see you soon!