Come bambini – parte terza ed ultima

…una ragazza scrive a due posti di distanza. Ho come l’impressione che prenotare un posto di domenica sera sull’Øresundståg (treno della regione Øresund, intesa come l’insieme astratto tra Danimarca e una parte dello Skåne) porti a grandi conoscenze, o almeno a più socialità degli altri. Viaggi lunghi, posti a sedere da scegliere a piacere, tante città universitarie che vengono viste di sfuggita durante il tragitto. Io con sole tre pagine bianche che seguono il libro che cerco di finire da mesi, in italiano.

Giochi di sguardi, sorrisi, risate ad ascoltare una bimba seduta dietro gridare “Pippiiii”.

Le ferrovie qui in Svezia non sono illuminate, ció rende i viaggi in treno ancora più mistici. Ritrovo ispirazione dopo settimane di semi-scrittura, infinite bozze, pensieri disordinati e frasi che si annodano tra di loro. Forse è lo scrivere in italiano, forse il viaggio.

Il ragazzo cerca comunicazione, accettazione, diversità, qualcosa che lo distragga dal gruppo di amici che molto probabilmente è andato a trovare nel weekend, provenienti dallo stesso paese, molti con le stesse memorie. “Lentamente muore, chi diventa schiavo dell’abitudine” scriveva Pablo Neruda. Mi fa notare che il mio cellulare non si sta caricando, poi mi indica una fessura dove infilare la mia bottiglia in modo che non rotoli ad ogni curva. Scherzo sul fatto di aver sparso troppe cose sul tavolino pieghevole del treno. Non ricevo risposte, solo un sorriso, approvazione, cosa che a me è ormai fin troppo familiare quando mi muovo ed interagisco in una lingua straniera, e so che gli altri ci si abituano presto.

Il misto di svedese ed inglese mi ricorda i miei primi passi nel farmi capire in una nuova lingua, le mie rinunce nello spiegare per la quarta volta qualcosa, accettandone invece una falsa interpretazione. Mi accorgo dei suoi sforzi ma qualcosa mi blocca nel cambiare lingua da svedese ad inglese. L’impegno di farlo sentire accettato, di fargli capire che lui non è da meno, che in fondo la lingua la sa e che tutti lo capiscono? Di mostare qualcosa, la lingua svedese e la cultura di questo paese, di cui mai più potrò privarmi? O forse il desiderio di fargli capire che gli svedesi sono aperti, amichevoli, e non silenziosi e riservati come spesso si immagina?

Non è il primo richiedente asilo che incontro in modo “ravvicinato”, ricordo a maggio una ragazza incontrata in stazione aspettando di salire su un secondo treno. Aspettava la sua interprete, appena tornata dal visitare una sorella a Stoccolma. Abbiamo scambiato qualche parola, lei aveva braccia, gambe e viso ustionati.

Alla sua fermata si alza, dopo che il signore seduto accanto a me gli aveva generosamente fatto notare il nome della fermata. Il ragazzo, tutto felice, si alza dicendo “hej då!”

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