Kiruna – Malmö

From my point of view, coming back from a trip and sleep from 3.30 pm to 5.30 a.m. the following day is sort of a symbol for the amount of knowledge, energy, experiences and people met throughout the journey. As I am asked about the beauty of the place I visit I am often confused on the answer I should give. What I feel, takes way more than a 5 rows typed chat on messenger or an international call where emotions are impossible to show because of the inability to show facial expressions. That answer is about a personal perception of the place, the people met at a jewelry or the ones sitting by you when drinking a coffee, talking about places and understanding each other’s jokes as you are from Italy and they are from France. It is to not longer feel alone, after starting to exchange some words with some Australians in what before was a very empty kitchen in the hostel you are sleeping at, to then walk with them in the midnight sun.

National Geographic tells aspiring writers that what they are looking for is not a description of what a specific place is or looks like, or which things one may look forward to check out from their bucket list. They mainly look for a “basic” and “simple” thing: to awake in the reader the desire and will to leave and travel, and to just visit that place. Personal experiences are the most important as they embody that human character which a dry list of monuments, attractions and museums, may fail to transmit.

No city other than Kiruna among the ones I have visited so far, better embodies the difference of feelings that the sentence “I am coming back, I promise”, carries from place to place, person to person. Nature leaves you speechless as sun never sets and your body is not longer able to understand how much energy you are actually eager for.

I will soon write more about the journey, and going to load a bunch of photos more 🙂

Come bambini – parte terza ed ultima

…una ragazza scrive a due posti di distanza. Ho come l’impressione che prenotare un posto di domenica sera sull’Øresundståg (treno della regione Øresund, intesa come l’insieme astratto tra Danimarca e una parte dello Skåne) porti a grandi conoscenze, o almeno a più socialità degli altri. Viaggi lunghi, posti a sedere da scegliere a piacere, tante città universitarie che vengono viste di sfuggita durante il tragitto. Io con sole tre pagine bianche che seguono il libro che cerco di finire da mesi, in italiano.

Giochi di sguardi, sorrisi, risate ad ascoltare una bimba seduta dietro gridare “Pippiiii”.

Le ferrovie qui in Svezia non sono illuminate, ció rende i viaggi in treno ancora più mistici. Ritrovo ispirazione dopo settimane di semi-scrittura, infinite bozze, pensieri disordinati e frasi che si annodano tra di loro. Forse è lo scrivere in italiano, forse il viaggio.

Il ragazzo cerca comunicazione, accettazione, diversità, qualcosa che lo distragga dal gruppo di amici che molto probabilmente è andato a trovare nel weekend, provenienti dallo stesso paese, molti con le stesse memorie. “Lentamente muore, chi diventa schiavo dell’abitudine” scriveva Pablo Neruda. Mi fa notare che il mio cellulare non si sta caricando, poi mi indica una fessura dove infilare la mia bottiglia in modo che non rotoli ad ogni curva. Scherzo sul fatto di aver sparso troppe cose sul tavolino pieghevole del treno. Non ricevo risposte, solo un sorriso, approvazione, cosa che a me è ormai fin troppo familiare quando mi muovo ed interagisco in una lingua straniera, e so che gli altri ci si abituano presto.

Il misto di svedese ed inglese mi ricorda i miei primi passi nel farmi capire in una nuova lingua, le mie rinunce nello spiegare per la quarta volta qualcosa, accettandone invece una falsa interpretazione. Mi accorgo dei suoi sforzi ma qualcosa mi blocca nel cambiare lingua da svedese ad inglese. L’impegno di farlo sentire accettato, di fargli capire che lui non è da meno, che in fondo la lingua la sa e che tutti lo capiscono? Di mostare qualcosa, la lingua svedese e la cultura di questo paese, di cui mai più potrò privarmi? O forse il desiderio di fargli capire che gli svedesi sono aperti, amichevoli, e non silenziosi e riservati come spesso si immagina?

Non è il primo richiedente asilo che incontro in modo “ravvicinato”, ricordo a maggio una ragazza incontrata in stazione aspettando di salire su un secondo treno. Aspettava la sua interprete, appena tornata dal visitare una sorella a Stoccolma. Abbiamo scambiato qualche parola, lei aveva braccia, gambe e viso ustionati.

Alla sua fermata si alza, dopo che il signore seduto accanto a me gli aveva generosamente fatto notare il nome della fermata. Il ragazzo, tutto felice, si alza dicendo “hej då!”

As we were children – part one

On the train waiting for departure. Karlstad Göteborg – stop – train to Malmö.

Looking for the wagon, unnumbered seats, or is, for once I am not trapped in a mechanism, that of having numbered seats, decided and without a chance to be changed, which I see as an extreme and useless attempt to avoid what is new, the different and the unknown, to control things. And here the train fills up.

Someone with a musical instrument, in a case, too big for me to recognize what it actually is. Everyone is staring at their phone, differently from what happened on the first train I took today, made of wood, creaking compartments, with no wi-fi on board and a toilette never opened by those travelers of the wagon in which I was. Red green black.

Colors of a scarf hanging from someone’s neck, someone about whose country of origin I had made in my head an idea about, and that maybe confirms it. A few minutes later, some passengers and I were going to see him taking out of the jacket a document issued by migrationsverket. The train conductor would ask for his ticket, explaining to him a way to fold it so that he would not need to take it out of the transparent case every time he was traveling. Because without a ticket one cannot travel, and the Swedish rules, especially for a time advantage, need to be observed.

Come bambini – parte seconda

…qualcuno seduto accanto, in uno svedese troppo dialettale per me da comprendere, dice al ragazzo “Beh, quando non si ha la mamma dietro si deve imparare a fare certe cose da soli!”. Cerco di fare il possibile per convincermi che il signore non abbia visto il permesso di soggiorno dell’ufficio immigrazione, che gli siano sfuggiti i colori della sciarpa, l’insicurezza con cui il ragazzo si spostava nel vagone prima di sedersi ad un posto davanti al quale era passato più volte, lo scarso svedese. Spero nel frattempo che il ragazzo abbia capito molte parole meno di me della frase dell’uomo.

Tre ragazzi minorenni richiedenti asilo in Svezia e tutti provenienti dall’Afghanistan, si sono tolti la vita durante questo autunno (Aftonbladet, 2016), dopo che per la seconda volta gli era stato rifiutato il permesso di soggiorno, o meglio la protezione per asilo – che ora, dopo la nuova legge di immigrazione molto discussa in Svezia dello scorso luglio, equivale ad una durata di tre anni, e non ad un permesso permanente come si era fatto con migliaia di rifugiati.

Ignoriamo le notizie, basta spegnere il televisore, parlare sopra l’audio. Ma incontrando gli occhi a meno di un metro di qualcuno che ha vissuto tutto quello che per noi sembra così lontano, ci fa perdere tutte le nostre sicurezze, entrare in un mondo fatto di tristezza, senzi di colpa, voglia di aiutare.

Al giorno d’oggi, Siriani ed Afghani costituiscono il numero più grande di rifugiati che arrivano in Svezia. Anche se in svedese, questo articolo contiene un grafico sugli arrivi più che soddisfacente ed interessante sulle nazionalità di chi arriva in Svezia. Tra le cifre si vede come gli afgani sono sicuramente i più esposti ad atti di suicidio, dal momento che quasi il 40% non riceve permesso di soggiorno, ed il 37% avrà il diritto di chiedere asilo in un altro paese EU – ad esempio il primo che hanno raggiunto durante il loro lungo viaggio…

Come bambini – parte prima

Seduta sul treno aspettando la partenza. Karlstad Göteborg – pausa – treno per Malmö. Cerco il vagone , posti non numerati, o meglio, per una volta non mi sento intrappolata in un meccanismo, quello di aver i posti numerati, decisi e senza possibilità di essere cambiati, che vedo come un tentativo estremo ed inutile per evitare il nuovo, il diverso e lo sconosciuto, di controllare le cose. Ed ecco che il treno si riempie.

Qualcuno con uno strumento in una custodia, troppo lungo e difficile da riconoscere. Tutti fissano cellulari, a differenza del primo treno sul quale sono salita oggi, di legno, con gli scomparti scricchiolanti, senza wifi a bordo ed un bagno mai aperto dai viaggiatori del vagone dove mi trovavo. Rosso verde nero.

Colori di una sciarpa appesa a qualcuno sul quale mi ero fatta un’idea del paese di provenienza, e che forse la conferma. Qualche minuto dopo lo vedrò, insieme ad altri passeggeri, tirare fuori il documento di richiedente asilo emanato dal migrationsverket. Il controllore del treno chiedergli il biglietto, spiegando un modo di piegarlo che gli permetterà così di non dover tirare fuori dalla custodia trasparente il pezzo di carta ogni volta che sarà in viaggio. Perché senza biglietto non si viaggia, e le regole svedesi, soprattutto per una convenienza di tempo, vanno rispettate.